Kihon

Il Kihon consiste nello studio e nell’esercizio di singole tecniche o combinazioni di esse ripetute più volte.
Lo scopo ultimo del Kihon è quello di far apprendere la giusta dinamica delle tecniche di base e praticarle in modo corretto per sviluppare il Kime.

L’insegnamento del Kihon è da attribuire al Maestro Funakoshi, che estrapolò le prime tecniche da alcuni kata tradizionali considerati inadatti all’insegnamento a grandi gruppi di allievi inesperti.

Attraverso l’incessante ripetizione si migliora la propria forza muscolare e la propria comprensione del corpo e delle dinamiche correlate all’attività motoria.
Ogni colpo viene analizzato nella sua forma ideale e ogni movimento è accuratamente studiato in maniera da raggiungere la perfezione della tecnica.
L’allievo comprende l’uso corretto del proprio corpo e della propria energia.

Di seguito riportiamo un pensiero del Maestro Hiroshi Shirai, pubblicato nel 1976:

Nonostante la grande diffusione che ha fatto registrare in questi ultimi anni il Karate non è stato ancora pienamente compreso ne valutato per quella straordinaria potenzialità formativa, sul piano spirituale, che racchiude nei fondamenti ideologici sui quali si basa.

L’opinione corrente continua a ritenere il karate un’attività violenta e prevaricatrice giustificando la sua diffusione come una logica conseguenza di un’epoca sempre più povera di valori spirituali e sempre più dominata dalla sopraffazione.
E’, soprattutto per queste scoraggianti constatazioni di fondo che desidero esporre un pensiero di origine morale nell’intento di far comprendere quale debba essere il sostrato ideologico con cui affrontare il Karate-Do, la “Via del Karate”, per farle acquisire un valore più alto di quello meramente Ginnico – Sportivo e conseguire, attraverso di essa, un miglioramento di se stessi altrimenti non raggiungibile.

Il punto di partenza deve essere la considerazione che, per quanto avanzato sia il grado di civiltà, tutti gli uomini sono largamente imperfetti e per valutare quanto grande sia il margine di perfettibilità consentita all’uomo basta pensare ai progressi compiuti, nel corso dei secoli, dall’umanità nel miglioramento della propria condizione sociale.
Ognuno di noi, pertanto, dovrebbe avere piena coscienza di questa sua incessante possibilità di divenire migliore mediante la ricerca di una perfettibilità che può essere continuo motivo di tormento e di soddisfazione nel medesimo tempo: tormento per ciò che non si è e soddisfazione per ciò che si è riusciti ad essere.


Tutta la nostra esistenza deve, quindi, essere animata da una costante aspirazione a raggiungere un punto di perfezione più alto senza, tuttavia, finalizzare questo sforzo al conseguimento di un risultato massimo immediato quanto piuttosto individuando una gradualità di momenti in ognuno dei quali si verifichi non solo la propria condizione ma anche, soprattutto, le cause della propria imperfezione.
La comprensione dello sforzo verso un livello esistenziale sempre più alto è di per se stessa una forma di equilibrio ed una garanzia di forza, di sicurezza, di autocontrollo e di grande beneficio per il corpo e per lo spirito.
Tutto questo avrà un sapore ideologicamente diverso se gli sforzi compiuti ed i risultati raggiunti non saranno considerati nei limiti ristretti del proprio ambito personale ma utilizzati quotidianamente per dare un’indicazione agli altri circa la coscienza che la propria dimensione spirituale, per quanto limitata, possa dilatarsi sul piano sociale nella misura in cui cerca nel prossimo un punto di riferimento nel quale realizzarsi.

E’ osservazione corrente, rilevare come, ai giorni nostri, vi sia una larghissima parte di uomini che affermano di aver compiuto atti, ricerche o esperienze ad essi, nella realtà, del tutto sconosciuti. Si comportano così perché, impressionando con le parole, nascondono la loro sostanziale povertà spirituale di cui potremmo anche dolerci se non dovessimo constatare che la generalizzata mancanza di senso critico, la scarsa volontà di approfondire le apparenze ed un crescente disimpegno culturale consentono loro di affermarsi progressivamente raggiungendo risultati che assolutamente non meriterebbero. 

E’ a questo tipo di uomo che dobbiamo cercare di contrapporre una personalità che, pur cosciente dei propri limiti e pur pienamente convinta di non poter attingere la perfezione, si sforza ogni giorno di correggere i propri errori con pazienza e con umiltà. 
Questo tipo di uomo deve costituire il nostro modello comportamentale e non solo per una forma di nostro, personale, arricchimento ma dare un contributo concreto a modificare dal di dentro una società che sembra privilegiare sempre di più chi non merita.

E’ necessario, in altri termini, essere uomini che sappiano dimostrare con i fatti le proprie capacità mettendo a frutto gli sforzi compiuti per acquisire conoscenze utili a sè stessi ed agli altri. 
Importante, ed addirittura pregiudiziale, è avere la convinzione che la ricerca della perfezione nella coscienza della propria perfettibilità è possibile solamente quando il proprio livello culturale, inteso come senso spirituale e non certo nozionistico del termine, è mantenuto alto.

Mantenere alto il proprio livello significa, soprattutto, ripercorrere continuamente il cammino intrapreso rivivendo sempre i vari momenti, i diversi gradi, le necessarie esperienze progressivamente vissute.
La ricerca di un vertice sempre più alto non farà diminuire, in questo modo, l’estensione della base di quella piramide con cui si può configurare la vita e la solidità della base è premessa di analoga forza della sommità: un punto estremo di cui si conosce l’esistenza ma che non si sa quanto alto possa essere.
Sono queste le fondamenta ideologiche con cui affronto l’allenamento pienamente convinto, come sono, che esso rappresenti la visualizzazione di concetti interiori dai quali tutte le tecniche traggono un valore infinitamente più alto.


~ Hiroshi Shirai

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